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Enya -
Articoli - Riviste e quotidiani
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Il
ritorno della fatina new age «Canto in una lingua nuova»
Paolo Giordano - Il Giornale - 30 ottobre 2005
Enya, una voce per cantare la luna e gli elfi - Il ritorno con Amarantine
Andrea Spinelli - Il
Mattino - 30 ottobre 2005
Enya canta in gaelico
Tullio Giordana -
Libertà - 3 novembre 2005
Il ritorno della fatina new age «Canto in una lingua
nuova»
Bentornata Enya, lei non pubblicava un ciddì da
cinque anni. Perciò per Amarantine ha fatto le cose
in grande: c'è anche una canzone in giapponese.
«Ho sempre cantato in tante lingue, dal gaelico che
si parla nella mia Irlanda, fino allo spagnolo o al
latino. Stavolta la mia paroliera Roma Ryan è stata
ispirata da un sonetto del poeta giapponese Basho,
però quando ha tirato giù il testo in inglese, non
ci piaceva. Allora ecco che il titolo Wild violet è
diventato Sumiregusa, che in giapponese significa
appunto viola acceso».
In altri tre brani la lingua è ancora più
complicata. Anzi, è del tutto inventata.
«È il “Loxian”. Anche questo è frutto della fantasia
di Roma, è un linguaggio che ha creato lei.
All'inizio avrebbe dovuto chiamarsi “Errakan”, che
in gaelico indica più o meno la gente che viene
dalla Luna. Ma Loxian è più bello».
Sembra che stia parlando di musica indigeribile.
Però sessantacinque milioni di persone hanno
comprato i suoi ciddì e lei è tuttora uno degli
artisti più venduti del mondo. Ma di quale mondo:
pop, classico o new age?
«Lasciamo stare le catalogazioni, quelle fanno
comodo solo ai rivenditori per scegliere in quale
scaffale mettere i miei album. Io amo la musica,
l'ho sempre amata ma se devo scegliere direi che
sento più vicine le melodie classiche o tutt'al più
operistiche».
Però dicono che lei sia new age.
«È una definizione che si sono inventati in America.
Non sapevano in che casella mettermi allora ne hanno
coniata una nuova. Ma nessun artista new age ha
venduto tredici milioni di copie di un solo disco
come ho fatto io».
D'accordo, Enya è una cantante senza volto, se l'è
spento, cancellato dagli schermi commerciali.
Difficile trovarla spiattellata su qualche manifesto
al muro oppure diluita in migliaia di spot. Ma la
voce. Basta la voce. Apollinaire scrisse: «Egli li
spinse. Essi volarono». Enya sarebbe il suono di
quel volo, la sua voce è senza forza di gravità e
per fermarsi dentro le canzoni ha bisogno dell'àncora
tecnologica, di arrangiamenti sofisticati, sognanti,
fluidi. Ecco Amarantine. L'altra sera, quando lei ha
presentato questo nuovo ciddì nel castello
seicentesco di Vaux - Levicomte, a cento chilometri
da Parigi, parlottava con gli amici timida come una
lavandaia al dì di festa non fosse per quell'abito
rosso e il pendente che precipitava sulla scollatura
della schiena fino ai glutei. E ora qui, in una
saletta del lussuoso Plaza Athénée, schierata di
fianco a Roma Ryan e al produttore Nicky Ryan,
spiega come si fa a essere (nel 2001) l'artista più
venduta del mondo e (sempre) una delle più
riservate, sbrigliata da ogni legaccio di gossip e
persino dall'obbligo di scendere sulla terra per
andare sul palco a suonare dal vivo.
Enya, lei non ha quasi mai cantato in pubblico.
«Ma non ho rifiutato l'idea di farlo. Solo che è
difficile trasportare in scena una musica complessa
come la mia. Poi i miei cd hanno sempre funzionato
senza concerti, quindi... Una sera a cena il capo
della mia casa discografica ha detto: ma sì, è
facile, prendi un basso, una batteria, le tastiere e
poi li metti così e cosà.
Ho risposto: arrivederci, sarà per la prossima
volta».
Quando?
«Probabilmente farò un mini tour, una sorta di
evento. Vorrei creare uno spettacolo alla Hector
Berlioz, col coro e l'orchestra ad accompagnare la
mia voce. Ma è difficile mettere insieme tutti gli
impegni».
È una perfezionista.
«Ho sempre pensato che per fare quello che si vuole
sia necessario il tempo giusto. Questo album mi è
costato due anni di lavoro. E solo per i due brani
della colonna sonora del Signore degli Anelli - La
compagnia dell'anello, cioè The council of Elrond e
May it be, che ha guadagnato una nominaton agli
Oscar, ho speso sei mesi, sono persino andata in
Nuova Zelanda ad assistere alle riprese e alla
proiezione delle prime immagini».
Lei ha composto brani anche per L'età dell'innocenza
di Scorsese e Cuori ribelli con Cruise e Kidman.
«L'Oscar per la musica è uno dei traguardi che mi
mancano».
Molti dicono che lei sia l'araba fenice del pop.
Scompare e poi risorge.
«Ma il mio sogno, la mia idea di perfezione è già
nel titolo di questo disco, Amarantine. È il fiore
che non appassisce mai. Quando ho composto quella
canzone e ho sentito la melodia, ho capito che era
il titolo giusto. Già per gli antichi greci quella
parola voleva significare eternità, era il sole che
non tramonta».
Paolo
Giordano -
Il Giornale
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Enya, una voce per cantare la luna e gli elfi - Il
ritorno con Amarantine
Andrea Spinelli Parigi. È l’artista irlandese più
popolare al mondo dopo gli U2, ma Enya ha ben poco o
nulla della popstar da 65 milioni di dischi venduti,
13 solo con l’ultimo album, «A day without rain»,
maggior successo di una carriera iniziata con i
Clannad e proseguita come solista del suono celtico
più new age che soft, sottofondo ambient, esotico,
trendy, letargico insomma. La cornice del Vaux Le
Vicomte, formidabile castello alle porte di Parigi
scelto anche dai produttori di James Bond per «Moonraker-Operazione
spazio», in cui presenta «Amarantine», atteso nei
negozi il 18 novembre, è un esempio di quanto i
discografici si attendano da questo suo ritorno sul
mercato, nonostante la crisi del disco e la sua
ormai proverbiale distanza dalle scene. Candele alle
finestre, fuochi d’artificio come nemmeno ai tempi
di Luigi XIV, stendono l’alone di grandeur sulle
dodici nuove canzoni fedeli alla linea che hanno
reso la cantante irlandese un’eroina da hit parade.
Niente di nuovo, se non la certosina cura messa in
un album stilisticamente perfetto, frutto di
svariate sovraregistrazioni divenute la cifra
distintiva della diva irlandese, affiancata come
sempre da Roma Ryan nei panni di autrice e da suo
marito Nicky Ryan in quelli di produttore. Preceduto
dal singolo omonimo, nei negozi il 14 novembre ma
già disponibile in download digitale in rete, «Amarantine»
è il sesto album di Eithne Nì Bhraonain (come
continua a chiamarsi la cantante all’anagrafe di
Gweedore) dopo il divorzio dai Clannad. Dopo aver
cantato in inglese, latino, gallese, gaelico,
spagnolo, questa volta si misura con il giapponese.
Perché? «Con Roma avevamo deciso di costruire il
pezzo che intitola l’abum su uno splendido haiku del
poeta nipponico Basho. Ma il testo in inglese non ci
convinceva fino in fondo, così ho provato a cantarlo
nella sua lingua originale e, come per magia, ogni
cosa è andata al proprio posto». In alcuni passaggi
di questo nuovo cd si esprime addirittura in una
lingua inventata. «È il ”loxian”, l’idioma degli
abitanti della luna. Quando ho lavorato alla colonna
sonora della ”Compagnia dell’Anello” dalla trilogia
di Tolkien sul ”Signore degli Anelli”, il regista
Peter Jackson mi ha convinto a interpretare ”Aniron”
nel linguaggio degli elfi: l’idea di esprimermi con
parole di fantasia che aderissero al mio mondo
musicale mi è venuta così». Il cinema è diventato
importante per lei? «Le nomination al Golden Globe e
all’Oscar per ”May it be”, tema di quel film, mi ha
lasciato il desiderio di riprovarci e magari puntare
alla statuetta con maggior convinzione». Che cosa
l’ha spinta a tentare l’avventura solista? «Quando
nell'86 lasciai i Clannad e i miei fratelli per
abbracciare la carriera solistica, lo feci perché
avvertivo la necessità di dare voce alla mia musica,
invece che limitarmi a riarrangiare brani
tradizionali come avveniva con il gruppo. Penso che
la caratteristica dominante delle mie composizioni
sia la spiritualità, quella che nasce dalle
tradizioni della mia terra e dall'educazione
cattolica». La scrittura di un album è un’operazione
laboriosa? «Questo ho iniziato a comporlo nel 2003,
non ho materiali nei cassetti e ogni volta che entro
in studio penso al disco come a una tela bianca da
riempire. Le mie fonti d’ispirazione? Sentimenti,
paesaggi e tramonti». Molto new age, come sempre.
«Per ”Watermark” la critica, non sapendo come
classificare la mia musica, la bollò con quell’etichetta,
ma non esistono autori new age che hanno venduto 13
milioni di un disco». Lei evita la prova del
palcoscenico. Perché? «Non c’è una ragione precisa.
Ai tempi di ”Watermark”, ad esempio, era tutto
pronto per il tour, ma il successo fu tale che la
casa discografica mi chiese subito di incidere un
altro disco costringendomi ad annullare l’impegno.
Poi ho sempre pensato a scrivere canzoni, perché ho
un processo creativo lento che necessita di
moltissimo tempo. Ma Nicky Ryan non esclude un
piccolo tour o un evento unico con coro e
orchestra».
Andrea Spinelli -
Il Mattino
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Enya canta in
gaelico
La star irlandese torna con "Amarantine"
PARIGI - Cinque anni di quasi silenzio non hanno
oscurato la stella di Enya, indiscussa star
irlandese della musica new age, che con le sue
melodie eteree e i suoi canti in gaelico ha venduto
finora 65 milioni di dischi nel mondo. È tornata con
Amarantine, album intitolato all'amaranto, «il fiore
che non appassisce mai», come ha sottolineato lei
stessa.
Enya arriva alla conferenza stampa per la
presentazione in anteprima mondiale all'hotel Plaza
Athenée di Parigi con un completo nero che mette in
risalto la pelle bianchissima del viso, incorniciata
dai capelli corvini. Le brilla sul collo un
vistoso ciondolo a forma di croce formato da cinque
grosse pietre rosse: «Amarantine - esordisce mentre
da un'ora circa viene diffusa l'impalpabile melodia
del brano
che dà il titolo al nuovo album - è una canzone
d'amore che ha una forza positiva. La melodia
cresce, cresce e via via ti senti più positivo. Ho
scelto il titolo Amarantine perché è una parola
antichissima, è la "sempreviva", un fiore che non
appassisce mai».
Enya sorride e parla sempre in modo pacato,
sostenuta dai suoi inseparabili partner artistici,
il produttore-arrangiatore Nicky Ryan e sua moglie
Roma Ryan, paroliera che stavolta ha superato se
stessa (ha composto in gaelico, gallese, latino e
spagnolo in passato) esibendosi in testi giapponesi
e in una lingua da lei
stessa inventata.
La cantante che molti hanno accusato di essere tutta
virtuale - non essendosi mai esibita dal vivo -
torna ai suoi fans con un disco che appare
stilisticamente perfetto nella misura e negli
arrangiamenti, non troppo lontano dal passato della
musicista irlandese.
Amarantine, che uscirà il 21 novembre nei negozi
(preceduto una settimana prima dal singolo),
sprofonda subito l'ascoltatore nelle atmosfere
vellutate e galleggianti della new age, etichetta
che Enya rifugge con cura: «Preferiamo definire
questa musica come "our", nostra». Il singolo ha una
melodia accattivante che ipnotizza con le
innumerevoli "A" che ricorrono nel testo, ma
gioiello al quale la cantante confessa di tenere più
di ogni altro è If I could be where you are, «dove
c'è tutta l'emozione e il sentimento di cui sono
capace».
Da Watermark, il disco che la lanciò nel 1988, a A
day without rain del 2000 (13 milioni di copie), la
strada è stata tutta in discesa per Enya, che spiega
i cinque anni di silenzio in due chiavi diverse.
Secondo la prima, «ho voluto concentrarmi un po' su
me stessa, non si può produrre musica di continuo».
Poi aggiunge: «Il signore degli anelli (le sue May
it be e Aniron erano nella colonna sonora del film)
mi hanno portato via molto più tempo del previsto».
Confermano in pieno
Roma e Nicky, la prima puntualizzando che la «lingua
inventata» le è stata ispirata proprio dalla saga di
Tolkien.
Anche stavolta, i fans non sono certi di vedere
finalmente la loro beniamina dal vivo: «Una volta ci
hanno proposto chitarra, batteria e voce: ci siamo
alzati e ce ne siamo andati - ha scherzato il
produttore Ryan - il fatto è che vorremmo presentare
al nostro pubblico una versione della musica di Enya
quanto più possibile aderente al nostro lavoro in
studio. E i problemi logistici sono enormi».
Tullio Giannotti -
Libertà
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